L’imbarazzo del “grazie”

Come siamo bravi a dire “Grazie!”, o almeno, io sono una campionessa: ho sicuramente il primato del ramo superercati in cui con molta disivoltura dico grazie all’addetto al banco frutta, a quello del banco surgelati, a quello del banco pesce e come non dimenticare lo sfortunato di turno al quale faccio mille domande su dove trovare i noodles. Mi sento brava nel ringraziare, così da piccola mia mamma mi aveva insegnato: “bisogna sempre ringraziare dopo aver chiesto qualcosa”. Inoltre provo una sorta di goduria quando il mio grazie viene corrisposto da occhi sgranati di stupore, come quelli del disgraziato a cui è toccata la grana di cercare insieme a me i nooodles tra scaffali sommersi di pasta Barilla. La mia è divenuta una prassi ormai consolidata: sguardo fisso al mio interlocutore, sorriso smagliante e  voce briosa. La teoria del Grazie è cresciuta insieme a me, si è raffinata in anni e anni di pratica, ma alla fine è successo…sì, è successo l’inaspettato, l’indicibile…
Era una calda sera di primavera, quelle sere che inaugurano il tepore estivo, quelle sere in cui all’imbrunire la città inizia a cullarsi sui suoi sette ponti facendo brillare l’acqua con il suo riflesso dorato, quelle sere in cui l’inconveniente dietro l’angolo ti sconvolge. Ero di ritorno dalla mia serata in centro per vetrine, come al mio solito ero leggermente in ritardo ma la foga stava prendendo il sopravvento… con il mio “finto fare felino” ovvero incespicando nei vari san pietrini e travolgendo tutte le coppiette smielose sul mio cammino, attraverso i viali ed arrivo finalmente al mio motorino. Ripongo i miei acquisti nel sottosella, indosso il mio casco a “padellina”, e inizio a dondolarmi stile foca nel tentativo di togliere il cavalletto. Dopo due oscillazioni fochesche riesco a scendere dal cavalletto, ma il motorino è incastrato sotto allo scalino del marciapiede.  Dopo i vari improperi urlati all’interno della mia testa, inizio una serie di manovre goffe, impacciate ma soprattuto inefficaci. Ero in ritardissimo.”Nooooooooooooooo!”. Le speranze di riuscire a far riemergere il motorino dalle grinfie del malvagio marciapiede diminuivano ad ogni mio tentativo di salvataggio. Ad un certo punto ecco che sento una voce che si rivolge a me: “aspetta è troppo pesante per te, ci penso io”. Mi giro. Era un signore, distinto, dal fisico atletico, sportivo, avrà avuto 70 anni con uno stile molto giovanile e  degli occhi grandi marroni che mi guardavano con simpatia. Non riesco a farfugliare niente che abbia un senso logico, ma lui capisce il mio imbarazzo e senza indugio agguanta il manubrio e con agilità resuscita il povero motorino. Si gira e mi guarda in attesa che io dica qualcosa..presumibilmente uno dei miei altisonanti Grazie… Era la mia occasione d’oro, un ulteriore prova della mia bravura!
Eppure nulla, il mio corpo dava segni di cedimento: ero diventata rossa (cosa più unica che rara dato il mio bianco cadaverico che mi contraddistingue), non riuscivo a scollare lo sguardo dal pavimento ed iniziavo ad agitarmi. Ma come??? Per anni avevo portato avanti la mia crociata dei grazie e ora sul più bello nulla???
In un istante tutto si condensò, pieno di significato come mai prima di allora: ciò che stavo vivendo era nuovo per me, perchè nuovo era il Grazie che lo supportava. Non era il solito grazie che sfoggiavo come primato al supermercato, neppure quello che segue la tua richiesta di qualcosa. Io non avevo chiesto nulla, tutto era successo senza che io chiedessi. Il signore mi aveva aiutata senza che pronunciassi una parola. Lui mi aveva fatto dono del suo aiuto.
Salii sul mio motorino che lui teneva fermo con una mano al lato della sella, lo guardai ed uscì un flebile “gra..grazie” Il signore mi sorrise e senza dire una parola si girò e andò via. Mi guardai allo specchietto: non avevo il sorriso smagliante, non avevo lo sguardo fiero e dritto, e la mia voce era tutt’altro che briosa. Al contrario ero imbarazzata, agitata, impacciata…Ma sentivo dentro di me una pienezza nuova, forse il gelato che avevo divorato davanti alla vetrina di H&M aveva aiutato, ad ogni modo anche se impacciata, agitata ed ammutolita mi sentivo “piena”. Non era un Grazie da manuale ma era autentico, forse non un granchè ma vero, ecco perchè lo ricorderò per sempre: il mio primo vero “Grazie”.
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Perché?

Salvamente… Un titolo a mio parere astruso, eppure l’unico che mi sia venuto in mente. Si può a ragione ritenere che la creatività non sia il mio forte, ma è scattato subito qualcosa quando la mia povera mente ha stancamente formulato questo titolo. La mia esigenza era quella di condensare in un unico nome la necessità che percepisco da un pò di tempo di salvare i miei pensieri e nello specifico scriverli, tradurli in parole. Da qui la coniugazione di SALVAMENTE in analogia con il ben più famoso “salvagente”, scelta non casuale poichè in questo momento avverto il mio bisogno come un ancora di salvezza. Come avrete già ampiamente capito questo spazio virtuale nasce con lo scopo di raccogliere i miei pensieri. La domanda sorge spontanea: in cosa consisterebbe la diversità con la miriade dei blog già esistenti e sicuramente più efficaci, spiritosi, creativi, fashion di questo? Beh..francamente non ne ho la più pallida idea, e posso solo constatare che forse, anzi sicuramente, non vi è.
Ma credo che proprio l’assenza di diversità, in altre parole l’essenziale somiglianza al “già detto” ed al ” già fatto” potrebbe costituirne il punto di forza del mio “ragionare scrivente”. Ma perché? Perché condividere i propri pensieri? Alquanto inusuale da parte mia, poiché ho sempre odiato la domanda più stupida: ” che pensi?”; e sospettato della parola “condivisione” all’interno della realtà web.
Il problema, per quanto non lo voglia ammettere è che ne sento la necessità, non so come spiegarmi in termini più chiari. Sento con tutto il mio corpo di dover far spazio e dare forma a ciò che mi frulla nel cervello, non posso fare altrimenti. Per la mia pigrizia ermetica tutto ciò si prospetta difficilissimo, ma voglio provare a scommettere, provare a cercare di creare questo spazio.
A presto,
ah dimenticavo…ciao a tutti, Giulia.
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