Ti colgo o non ti colgo?

Io e mia mamma commettiamo frequentemente un reato “bianco”, ovvero innocente. Siamo entrambe amanti della campagna, mia mamma é realmente una agronoma mancata, e da sempre un modo di sfruttare il nostro tempo insieme é quello delle passeggiate nel verde. Andiamo per campi, boschi, sentieri. Durante le nostre camminate ci aggiorniamo degli ultimi pettegolezzi, sogniamo quanto sarebbe bello avere una casa in mezzo alla campagna, progettiamo  il nostro orto ideale e…commettiamo un reato. É irresistibile, un qualcosa che somiglia a un raptus…facciamo incetta di qualsiasi cosa sia commestibile e bella che fuoriesce dalle megavillone immerse nel nulla. Ecco che raccogliamo gli arbusti, rubiamo qualche fico che si protende sulla strada, ci arrampichiamo per prendere quel loto lassù in cima! Io sono molto brava, negli anni ho affinato la mia tecnica, ma devo dire che mia mamma non la batte nessuno! Inoltre è bello vedere la smania che prova quando la sfida del furto inizia a diventare complessa. Il suo amore per la natura è contagioso, ogni piccola sfumatura non passa inosservata ai suoi occhi: quell’albero antico, la pianta selvatica commestibile, quel fiore laggiù bellissimo:- dai allora prendiamolo!
– ma certo che no! Morirebbe dopo pochissimi giorni, lascialo lì. Guardalo, giragli intorno, e goditelo lì dov’è. Se lo guardi sarà tuo, altrimenti di nessuno.
Strano tutto ciò detto da una “fuorilegge”. Ma mia mamma aveva ragione, era diverso. Ogni frutto era lì per il nostro gusto, per le sensazioni che sprigiona nell’essere annusato e assaporato. Il fiore era lì perché la bellezza potesse essere scorta, contemplata e vissuta.

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