Mani sapienti

Cosa non scopri quando lavori ad eventi modaioli. Io che di moda ne capisco come arlecchino alla sera di gala, ho sempre reputato quel mondo superficiale. La mia opinione non era poi cosi errata, in un “ambiente” in cui gli occhi sono nuovi dispositivi per fare tac a lontananza e rilevare anche un singolo capello fuori posto, la perfezione è necessaria anzi obbligatoria. In questa esposizione vivente, i raggi laser mi attraversano e trovano un’intera chioma fuori posto e  abbinamenti spaiati. In mezzo alle mille proposte dello stilista sconosciuto, l’ultima tendenza e la nuova moda; c’è un mondo che vive un tempo lontano. Questo mondo non contempla pellicce tinte , scarpe senza calzino, oppure pantaloni più stretti di calzamaglie, al contrario ricorda un piacere perduto, l’unica coccola maschile che mio nonno si regalava ogni sabato mattina. Un momento in cui l’uomo si dimentica di tutti i  suoi doveri e si affida alle mani sapienti del barbiere. Ho avuto modo di stare a stretto contatto con questi professionisti e ho potuto scrutare da vicino le loro mani. Mi ha colpito come esse fossero intrise di un sapere antico, conquistato solo dopo anni di esperienza e duro lavoro. Sembravano mani danzanti, in un armonia gestuale si avviluppavano intorno al cliente. Ogni minimo movimento era carico di attenzione e cura, ogni tocco indispensabile affinché il fortunato potesse godere a pieno di quel momento tutto per sè. Non esisteva alcun meccanicismo, tutto era frutto del sapere, del sentire con mano il benessere dell’altro, del comprendere i piccoli bisogni del cliente. Ma non solo, quei gesti recuperavano un momento perduto, il benessere della cura di sé. Una cura che non ha niente a che fare con l’estetica, ma che ho scoperto essere il risultato di un atto di fiducia. Sdraiato su quella poltrona l’uomo affida il suo viso, la sua identità è ora in mano ad un altro che la ristora, la conforta, l’avvolge. La perfezione non era contemplata, ogni viso, ogni ruga, ogni baffo fuori posto era perfetto nella sua imperfezione. Ogni viso bello nelle sue fattezze, ogni barba una storia affascinante. Non vi erano “must” e non vi erano abbinamenti. Nemmeno la barba era fondamentale, solo l’essere pronti ad abbandonarsi a mani sapienti. Come in ogni cura anche il barbiere giova di questo attimo, le mani sentono e si godono questo scambio,si assiste al gioco del dare e avere. L’intelligenza di quelle mani non aveva paragone, nessun cervello poteva competere. Queste mani così sapienti, mi ricordano che la saggezza non è la sola figlia dell’intelletto, il nostro corpo ha una sua acuta e raffinata intelligenza che ha il potere di dimorare in noi per una vita, di instaurare relazioni, di “curare”.

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Ti colgo o non ti colgo?

Io e mia mamma commettiamo frequentemente un reato “bianco”, ovvero innocente. Siamo entrambe amanti della campagna, mia mamma é realmente una agronoma mancata, e da sempre un modo di sfruttare il nostro tempo insieme é quello delle passeggiate nel verde. Andiamo per campi, boschi, sentieri. Durante le nostre camminate ci aggiorniamo degli ultimi pettegolezzi, sogniamo quanto sarebbe bello avere una casa in mezzo alla campagna, progettiamo  il nostro orto ideale e…commettiamo un reato. É irresistibile, un qualcosa che somiglia a un raptus…facciamo incetta di qualsiasi cosa sia commestibile e bella che fuoriesce dalle megavillone immerse nel nulla. Ecco che raccogliamo gli arbusti, rubiamo qualche fico che si protende sulla strada, ci arrampichiamo per prendere quel loto lassù in cima! Io sono molto brava, negli anni ho affinato la mia tecnica, ma devo dire che mia mamma non la batte nessuno! Inoltre è bello vedere la smania che prova quando la sfida del furto inizia a diventare complessa. Il suo amore per la natura è contagioso, ogni piccola sfumatura non passa inosservata ai suoi occhi: quell’albero antico, la pianta selvatica commestibile, quel fiore laggiù bellissimo:- dai allora prendiamolo!
– ma certo che no! Morirebbe dopo pochissimi giorni, lascialo lì. Guardalo, giragli intorno, e goditelo lì dov’è. Se lo guardi sarà tuo, altrimenti di nessuno.
Strano tutto ciò detto da una “fuorilegge”. Ma mia mamma aveva ragione, era diverso. Ogni frutto era lì per il nostro gusto, per le sensazioni che sprigiona nell’essere annusato e assaporato. Il fiore era lì perché la bellezza potesse essere scorta, contemplata e vissuta.

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Il motivetto dello stomaco

I buoni propositi per l’inizio di un anno nuovo sono per definizione irraggiungibili: voglio perdere la cellulite, voglio smettere di fumare, voglio smettere di avere dei postumi inenarrabili a 30 anni…oppure: adeguerò il mio stile alla mia età anagrafica, non mi faro prendere più da istinti omicidi in macchina il lunedì mattina, farò sempre attività sportiva in maniera regolare. Di solito i miei propositi avevano anche delle manie di grandezza, si elevavano quasi alla stregua dei miracoli: voglio diventare una donna di successo, pubblicherò la mia odiata/amata tesi di laurea, smetterò di fare shopping compulsivo. Provavo già, nel momento della loro formulazione razionale, quel brusio allo stomaco sintomatico della mia consapevolezza che tutto ciò erano solo parole al vento. In questo anno d’instabilità avrei milioni di cose da chiedere al nuovo anno e miliardi di cose da promettere, ma il brusio ricomincia il suo motivetto nel mio stomaco. Ma sono giorni e giorni che mi riecheggia in testa un consiglio nel quale mi sono imbattuta per caso. “Find what feels good”. Si che bello sarebbe trovare quello che ci fa stare bene, che ci procura quello stato di benessere completo. Brbrbrbrbrbrbrbr, eccolo a ripetizione il motivetto non si arresta. Eppure stavolta mi sembrava di essere stata modesta, contenuta. Nessun miracolo avrebbe avuto luogo, oppure si? Sto sbagliando, il motivetto me lo conferma. Pensandoci realizzo che non posso promettere di trovare quello che mi farà stare bene, poiché non saprò mai se questo accadrà. E ora come ora non saprei nemmeno esattamente cosa mi farebbe provare quella sensazione di benessere, di completezza e armonia. Forse non esiste quella “cosa” magica capace di realizzare il mio proposito. Brbrbrbrbrbrbrbr… Allora sono proprio dura, non capisco, cosa sbaglio?
Brbrbrbrbrbrbrbr…basta saccente di uno stomaco così non mi fai sentire altro!!! Silenzio. Forse lo ho fatto arrabbiare e lui mi punirà con una acidità epocale?! Niente. Forse avrò detto qualcosa di azzeccato? Vediamo..l’ho azzittito dicendogli che così non mi faceva sentire… Sentire. Mmmmmm penso di esserci arrivata. Non esiste un qualcosa che mi farà stare bene, e non posso promettermi che lo troverò. Perché sto sbagliando! Niente se non io posso aiutarmi a stare bene. Find what feels good: allenati a sentire quelle sensazioni che ti fanno stare bene. Dai spazio alle percezioni che ti lasciano quel senso di pieno nella pancia. Pensa meno e senti di più. Abbandona i tuoi schemi, smetti di fare congetture, allenta quella povera mente. Smetti di vivere credendo che qualcosa che non sia te stesso  potrà farti stare bene, tu e solo tu sei responsabile della tua vita. Trova, ma cerca sempre nuove vie per sentire quello che ti emoziona, ti fa brillare gli occhi, ti fa accapponare la pelle. Trova-ti nelle tua pelle, nelle tue viscere!!!
Senti, senti e senti. Gulp! Gulp!Gulp!
Un nuovo motivetto posso percepire ora, chissà che non sia di buon auspicio!
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L’attraversamento del piccione

7:30 sto ancora saltando a zoppino in giro per casa tentando di infilarmi il mio stivaletto che si è incastrato col mio tallone ossuto. Riesco nell’impresa: lo stivaletto ha finalmente ceduto al mio andamento sobbalzante. M’ infilo cappotto e berretto, arraffo le chiavi dal portaspiccioli e chiudo, con un movimento degno di Roberto Bolle, la porta dietro le mie spalle senza nemmeno voltarmi per un’occhiata di controllo. È maledettamente tardi e il mio motorino ha deciso che è giunto il momento di ingolfarsi. Sì, penso proprio che il mio motorino abbia una coscienza, anzi un vero e proprio spirito sarcastico. Unica opzione possibile l’autobus, con la sua flemma sarà per oggi il mezzo che mi accompagnerà a lavoro. Devo confessare che da qualche anno mi sono imborghesita, ovvero da quando sono copropretaria del motorino dotato di spirito, ho iniziato a guardare la grande scatola arancione con superiorità. Tutta quella gente appiccicata, le fermate ogni cinquanta metri, l’obliteratrice priva d’inchiostro. Ricordi del lontano liceo che questa mattina riprendono drasticamente forma nella mia vita. Le porte dell’autobus si aprono e una mandria imbufalita di studenti si catapulta sul marciapiede, io cercando di schivare la furia giovanile mi faccio un piccolo varco e salgo. Lo spazio vitale all’interno è limitatissimo, mi sento come una sardina in scatola. Inizio la mia crociata verso l’obliteratrice, che da lontano mi guarda sogghignando. Timbro il biglietto… Ahhhhhhhhh no! Sono le 8.45, aiuto! La mia mente inizia a impazzire, penso alle poche possibilità che ho per arrivare in orario, forse in questi anni il trasporto pubblico fiorentino si è dotato di super razzi o del teletrasporto…inizio a guardare freneticamente l’orario, ad ogni sguardo sono sempre più in ritardo, i minuti hanno deciso di accorciarsi stamani. Ma alla fine ci siamo, ecco… la vedo laggiù, la mia fermata. Calcolo a mente tutti i miei passi per poter ottimizzare qualche decimo di secondo. Mi sposto verso l’uscita, mi posiziono per il rush finale ed ecco che…..ma che succede? Perché l’autobus si è fermato senza ragione a dieci metri dalla fermata? Un incidente? No. Cataclisma? Non mi sembrava! La rabbia si impossessa di me, mi catapulto verso l’autista per dirgliene quattro, non ci si può fermare senza ragione a pochi metri dalla mia fermata se io sono ritardo! Arrivo al vetro, mimo la mia faccia a saccente, sto per iniziare il mio sproloquio,abbasso gli occhi infuocati pronta per incenerirlo….e vedo uno spettacolo: l’autista si è fermato per far attraversare un piccione. In un primo momento quella visione cozza con la mia inderogabile urgenza, cosa mi importa di un piccione che attraversa quando io ho mille impegni e cose inportanti da fare? Ma al secondo sguardo capisco cosa sto guardando: uno spettacolo irripetibile. L’autista ha scelto di rispettare la precedenza del piccione con la sua lentezza e la sua goffaggine. Si è fermato a guadare cosa succede fuori, conscio che la sua scelta avrebbe suscitato le ire di qualche “frenetico” ha comunque rispettato quello che i suoi occhi vedevano, un piccione che attraversava. Ma cosa significa? Beh forse nulla o forse tutto. Significa che l’autista intessuto, come tutti noi, nella mondanità del mondo ha comunque la saggezza di guardare fuori, di estraniarsi da tutti quei “devo” per contemplare lo spettacolo celato ai ciechi come me. L’autista ha lasciato che prendesse forma un tempo diverso, lento e goffo, come il piccione. Un tempo che noi ci rifiutamo di vivere e di contemplare. I suoi occhi non hanno visto un pennuto che ingombrava il passaggio, ma al contrario un piccione cicciottello che lentamente attraversava la strada. Sono questi gli occhi del piccolo principe che s’interroga sull’utilità delle spine di rosa, sono gli occhi di chi guarda cosa il mondo racconta ogni giorno. Ecco cosa quotidianamente, immersa nei mille “impegni e doveri”, mi perdo del mondo qui accanto a me. Ma ogni tanto un piccione attraversa la tua strada e ti ricorda che ogni storia è lì per te, se hai occhi disposti a guardare.
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L’imbarazzo del “grazie”

Come siamo bravi a dire “Grazie!”, o almeno, io sono una campionessa: ho sicuramente il primato del ramo superercati in cui con molta disivoltura dico grazie all’addetto al banco frutta, a quello del banco surgelati, a quello del banco pesce e come non dimenticare lo sfortunato di turno al quale faccio mille domande su dove trovare i noodles. Mi sento brava nel ringraziare, così da piccola mia mamma mi aveva insegnato: “bisogna sempre ringraziare dopo aver chiesto qualcosa”. Inoltre provo una sorta di goduria quando il mio grazie viene corrisposto da occhi sgranati di stupore, come quelli del disgraziato a cui è toccata la grana di cercare insieme a me i nooodles tra scaffali sommersi di pasta Barilla. La mia è divenuta una prassi ormai consolidata: sguardo fisso al mio interlocutore, sorriso smagliante e  voce briosa. La teoria del Grazie è cresciuta insieme a me, si è raffinata in anni e anni di pratica, ma alla fine è successo…sì, è successo l’inaspettato, l’indicibile…
Era una calda sera di primavera, quelle sere che inaugurano il tepore estivo, quelle sere in cui all’imbrunire la città inizia a cullarsi sui suoi sette ponti facendo brillare l’acqua con il suo riflesso dorato, quelle sere in cui l’inconveniente dietro l’angolo ti sconvolge. Ero di ritorno dalla mia serata in centro per vetrine, come al mio solito ero leggermente in ritardo ma la foga stava prendendo il sopravvento… con il mio “finto fare felino” ovvero incespicando nei vari san pietrini e travolgendo tutte le coppiette smielose sul mio cammino, attraverso i viali ed arrivo finalmente al mio motorino. Ripongo i miei acquisti nel sottosella, indosso il mio casco a “padellina”, e inizio a dondolarmi stile foca nel tentativo di togliere il cavalletto. Dopo due oscillazioni fochesche riesco a scendere dal cavalletto, ma il motorino è incastrato sotto allo scalino del marciapiede.  Dopo i vari improperi urlati all’interno della mia testa, inizio una serie di manovre goffe, impacciate ma soprattuto inefficaci. Ero in ritardissimo.”Nooooooooooooooo!”. Le speranze di riuscire a far riemergere il motorino dalle grinfie del malvagio marciapiede diminuivano ad ogni mio tentativo di salvataggio. Ad un certo punto ecco che sento una voce che si rivolge a me: “aspetta è troppo pesante per te, ci penso io”. Mi giro. Era un signore, distinto, dal fisico atletico, sportivo, avrà avuto 70 anni con uno stile molto giovanile e  degli occhi grandi marroni che mi guardavano con simpatia. Non riesco a farfugliare niente che abbia un senso logico, ma lui capisce il mio imbarazzo e senza indugio agguanta il manubrio e con agilità resuscita il povero motorino. Si gira e mi guarda in attesa che io dica qualcosa..presumibilmente uno dei miei altisonanti Grazie… Era la mia occasione d’oro, un ulteriore prova della mia bravura!
Eppure nulla, il mio corpo dava segni di cedimento: ero diventata rossa (cosa più unica che rara dato il mio bianco cadaverico che mi contraddistingue), non riuscivo a scollare lo sguardo dal pavimento ed iniziavo ad agitarmi. Ma come??? Per anni avevo portato avanti la mia crociata dei grazie e ora sul più bello nulla???
In un istante tutto si condensò, pieno di significato come mai prima di allora: ciò che stavo vivendo era nuovo per me, perchè nuovo era il Grazie che lo supportava. Non era il solito grazie che sfoggiavo come primato al supermercato, neppure quello che segue la tua richiesta di qualcosa. Io non avevo chiesto nulla, tutto era successo senza che io chiedessi. Il signore mi aveva aiutata senza che pronunciassi una parola. Lui mi aveva fatto dono del suo aiuto.
Salii sul mio motorino che lui teneva fermo con una mano al lato della sella, lo guardai ed uscì un flebile “gra..grazie” Il signore mi sorrise e senza dire una parola si girò e andò via. Mi guardai allo specchietto: non avevo il sorriso smagliante, non avevo lo sguardo fiero e dritto, e la mia voce era tutt’altro che briosa. Al contrario ero imbarazzata, agitata, impacciata…Ma sentivo dentro di me una pienezza nuova, forse il gelato che avevo divorato davanti alla vetrina di H&M aveva aiutato, ad ogni modo anche se impacciata, agitata ed ammutolita mi sentivo “piena”. Non era un Grazie da manuale ma era autentico, forse non un granchè ma vero, ecco perchè lo ricorderò per sempre: il mio primo vero “Grazie”.
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Perché?

Salvamente… Un titolo a mio parere astruso, eppure l’unico che mi sia venuto in mente. Si può a ragione ritenere che la creatività non sia il mio forte, ma è scattato subito qualcosa quando la mia povera mente ha stancamente formulato questo titolo. La mia esigenza era quella di condensare in un unico nome la necessità che percepisco da un pò di tempo di salvare i miei pensieri e nello specifico scriverli, tradurli in parole. Da qui la coniugazione di SALVAMENTE in analogia con il ben più famoso “salvagente”, scelta non casuale poichè in questo momento avverto il mio bisogno come un ancora di salvezza. Come avrete già ampiamente capito questo spazio virtuale nasce con lo scopo di raccogliere i miei pensieri. La domanda sorge spontanea: in cosa consisterebbe la diversità con la miriade dei blog già esistenti e sicuramente più efficaci, spiritosi, creativi, fashion di questo? Beh..francamente non ne ho la più pallida idea, e posso solo constatare che forse, anzi sicuramente, non vi è.
Ma credo che proprio l’assenza di diversità, in altre parole l’essenziale somiglianza al “già detto” ed al ” già fatto” potrebbe costituirne il punto di forza del mio “ragionare scrivente”. Ma perché? Perché condividere i propri pensieri? Alquanto inusuale da parte mia, poiché ho sempre odiato la domanda più stupida: ” che pensi?”; e sospettato della parola “condivisione” all’interno della realtà web.
Il problema, per quanto non lo voglia ammettere è che ne sento la necessità, non so come spiegarmi in termini più chiari. Sento con tutto il mio corpo di dover far spazio e dare forma a ciò che mi frulla nel cervello, non posso fare altrimenti. Per la mia pigrizia ermetica tutto ciò si prospetta difficilissimo, ma voglio provare a scommettere, provare a cercare di creare questo spazio.
A presto,
ah dimenticavo…ciao a tutti, Giulia.
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